La questione dell’olio di oliva tunisino

La iattura più grave che possa capitare è scrutare gli accadimenti del nostro tempoOLYMPUS DIGITAL CAMERA inforcando occhiali con lenti da bottegaio di fine ‘800 scoperto nella cassettiera della nonna.

Ancor più grave è il fatto che rappresentanti del popolo adoperino tali lenti o fingano di farlo per ragioni di bottega elettorale ergendosi a sindacalisti ignorando, dolosamente, tutto quanto accade intorno.

Questo è esattamente quanto sta accadendo in questi giorni relativamente alle proteste contro l’agevolazione dell’importazione nell’Unione Europea dell’olio tunisino. Taluni politici e presidenti di regione si sono apertamente schierati contro questa forte apertura, vestendo i panni, poco credibili, dei difensori dei produttori locali al punto che, se facessero qualche passo in più in quella direzione, arriverebbero a declamare i vantaggi di un sistema economico autarchico dopo aver brigato per un sempre più libero mercato.

E’ poco credibile che i politici ignorino che il mercato al quale i produttori del 2016 si rivolgono sia globale, e che l’Unione Europea sia sorta proprio per affrontare, se non per accelerare tale fenomeno di globalizzazione. Sarebbe invece grave che i nostri imprenditori, produttori, commercianti si lasciassero affabulare da battaglie di retroguardia contro l’ “invasione” di prodotti provenienti da altre parti del mondo anziché predisporsi, avendone le capacità e soprattutto l’unicità dei prodotti, a conquistare il mercato globale evitando la grande distribuzione, questa sì minaccia alla preservazione della qualità e della redditività dell’impresa. È poi scandaloso che, soprattutto nel meridione d’Italia, i produttori agricoli stentino ad avviare un seppur minimo progetto consorziale e di tutela della specificità dei loro prodotti. Ed è ancor più scandaloso che i produttori di olio dell’area mediterranea, e soprattutto dell’UE, non abbiano una strategia unica ed invece caschino nella trappola della concorrenza tra poveri alimentata da improvvisati e poco credibili nazionalismi.

Più che inveire sull’ingresso dell’olio tunisino nel mercato UE, ci sarebbe da chiedersi a cosa servano oggi in Italia le associazioni di rappresentanza delle categorie produttive ad iniziare dalle Camere di Commercio, organizzazioni queste che pesano economicamente sui loro iscritti.

La questione dell’olio tunisino è emblematica. All’indomani dell’attentato al museo nazionale del Bardo i politici di tutta Europa, italiani compresi, insieme alle espressioni di solidarietà di circostanza promisero di mantenere fede ad accordi, già presi e non mantenuti, di sostegno all’economia tunisina per evitare che la Tunisia cadesse nella spirale del terrorismo islamico o peggio, non potesse fronteggiare l’avanzata dell’Is che proprio tra le classi meno abbienti recluta i suoi volontari. Dal momento che non è costume dell’UE regalare denaro a pioggia, che peraltro finirebbe in mani sbagliate, è ovvio che questa apertura per il commercio dell’olio sia uno dei modi per supportare immediatamente l’economia di uno Stato strategicamente importante per la stabilità politica ma anche economica nell’area mediterranea.

Ma si sa, questo, l’Italia, è il Paese nel quale tutti sono daccordo nell’apertura delle frontiere agli immigrati, salvo poi raccogliere le firme per impedire la realizzazione dei campi di accoglienza sotto casa propria. Così per l’olio: tutti erano daccordo nel sostegno economico alla Tunisia, salvo poi non voler pagare pegno.

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